Per andare alle elezioni regionali conoscendo qualcosa del vissuto personale degli uomini e delle donne che si candidano ad amministrare la cosa pubblica è sufficiente cercare una biografia. Ne è capitata sottomano una di Anna Finocchiaro sul blog di Benny Calasanzio che riporta un articolo di Marco Travaglio e Giuseppe Giustolisi su Anna Finocchiaro che trascrivo di seguito. Attenzione è un pò lungo…ma ne vale la pena.
Anna Finocchiaro, vita e opere di una Ségolène con l’inciucio.
“La Ségolène de’ noantri è nota per la sua modestia. Infatti, l’anno scorso, quando Giorgio Napolitano fu eletto al Quirinale, dichiarò al Corriere: ” Un uomo con il mio curriculum , l’avrebbero già fatto presidente della Repubblica”. Ma Anna Finocchiaro è nota pure per le sue eccezionali capacità politiche. Infatti, come capogruppo dell’Ulivo al Senato, all’inizio di quest’anno riuscì a far passare una mozione di Calderoli sull’Afghanistan. E quando, a fine febbraio, Fassino ebbe la bella pensata di far prelevare a Torino Sergio Pininfarina, assente al Senato da otto mesi, per rafforzare le esangui truppe unioniste intorno alla mozione D’Alema sulla politica estera, lei rassicurò il suo gruppo: «Tranquilli, è arrivato Pininfarina». Cinque minuti dopo, la mozione D’Alema veniva bocciata grazie anche all’astensione di Pininfarina, che con la sua presenza aveva alzato il quorum senza che nessuno gli spiegasse che astenersi, al Senato, equivale a votare contro. Un’ora dopo, Prodi saliva al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Eppure, per imperscrutabili motivi (a parte la sua proverbiale, quasi leggendaria avvenenza), Anna Maria Finocchiaro detta Annuzza, nata il 31 marzo 1955 a Modica (Ragusa) ma cresciuta a Catania, iscritta al Pci a 17 anni, laureata in legge a 25, funzionario alla Banca d’Italia filiale di Savona a 26, pretore di Leonforte (Enna) a 27, pm di Catania a 30, parlamentare da quando ne aveva 32, cioè da vent’anni giusti, è l’astro nascente dei Ds. l’amica dalemiana in grado di contendere la leadership del futuro Partito democratico a Walter Veltroni, suo coetaneo. All’ultimo congresso Ds, quello di Firenze, il suo discorso di 21 minuti interrotto da 21 applausi con citazioni di Temistocle e Aristide nella guerra ai Persiani, è stato più elogiato di quello di Walter. E, come di Walter, anche di lei parlano tutti benissimo. Anzi, è più facile trovarle qualche detrattore nel centro-sinistra (soprattutto fra i fassiniani e fra le donne uliviste, gelose del suo fascino) che nel centro-destra. Qui, in partibus infidelium, piace proprio a tutti. Lino Jannuzzi, che pranza spesso con lei nel ristorante del Senato, l’adora e le ha dedicato un giulebboso ritratto-intervista sul Giornale. Un altro ancor più zuccheroso glie l’ha riservato, sempre sul quotidiano berlusconiano, il solitamente perfido Giancarlo Perna. Il Foglio di Giuliano Ferrara s’è sperticato in un’imbarazzante paginata di elogi. E di Anna Finocchiaro parla un gran bene anche l’onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella, che nella scorsa legislatura le subentrò come presidente della commissione Giustizia della Camera. Lei ricambiò l’affetto invitandolo a un dialogante dibattito sulla giustizia alla festa dell’Unità di Genova nel 2004, passando sopra qualche dozzina di leggi vergogna. Quando ha voluto illustrare in un libro le sue idee sulla giustizia, ha scelto come ghost writer un giornalista del Tg4 e del Foglio Antonello Capurso, e come titolo una frase da perfetto inciucio: Dialogo sulla giustizia. Per un nuovo patto di legalità (Passigli, 2005). E, per presentarlo a Catania, ha voluto al proprio fianco Salvo Andò, il dinosauro del vecchio, Psi uscito indenne da vari processi per mafia e tangenti, ora per assoluzione ora per prescrizione. Quand’era in pretura e si occupava di liti fra pecorai, già fumava Muratti e si mangiava le unghie. La chiamavano «la pretora bona», ma lei preferiva «la professoressa». In quell’ambiente decisamente popolano la raffinata rampolla della buona borghesia catanese, con i suoi studi classici al liceo Cutelli, le sue ascendenze risorgimentali (pare che il bisnonno fosse l’avvocato difensore di Giuseppe Garibaldi), il marito ginecologo Melchiorre Fidelbo (con cui ha avuto due figlie, Miranda e Costanza), incutesse soggezione. A Catania – ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere – «i Finocchiaro abitano da generazioni nella villa ottocentesca sulla via Etnea, dove sono passati Verga, Capuana, De Roberto». «Famiglia di garibaldini, mazziniani, repubblicani», precisa lei, «sempre dalla parte progressiva. Mio padre mi ha cresciuto con i racconti di suo nonno Lucio, grande avvocato, che da bambino vedeva don Blasco, il personaggio dei Viceré, appendersi all’architrave delle porte e dondolarsi con il suo mantello nero come un pipistrello, per spaventare i piccoli». Il padre Luigi era procuratore capo di Enna e presidente di sezione della Corte d’Appello di Catania. E a Catania lei approdò nel 1985, ma come pubblico ministero. Iscritta a Magistratura democratica, ne divenne subito segretaria per la Sicilia orientale. Anna Finocchiaro arrivò in una procura scossa dallo scandalo che aveva portato in carcere alcuni magistrati catanesi accusati di collusioni mafiose. Ma non ci restò molto. Due anni, non di più: giusto il tempo di mettersi in evidenza e di incriminare un manager dell’Asl (che poi ritroverà molti anni dopo tra i suoi colleghi deputati) per un supercontratto d’affitto che pagava a peso d’oro un immobile del padrone di Catania, l’editore monopolista Mario Ciancio, proprietario di tv e dell’unico quotidiano cittadino. Una perizia accertò poi che l’affitto era congruo e la posizione del manager fu archiviata. Così Ciancio continuò a incassare soldi a palate dalle casse della sanità pubblica. Nel 1987 la prima elezione a deputata e l’anno successivo anche a consigliera comunale. Passava per una dura e pura (la sezione della sua prima tessera era tutta ingraiana). Tant’è che nel ’90, quando Occhetto promosse la svolta della Bolognina dal Pci al Pds, lei s’oppose. E pianse. Voleva fortissimamente restare comunista sotto la falce e il martello. Ma quando capì di essere in minoranza, si convertì al nuovo corso dalla parte del più forte: Massimo D’Alema. «Un uomo delizioso», almeno per lei. Gli ex magistrati che sbarcano in politica passano tutti, chissà perché, per «giustizialisti». Lei, come pure l’amico Luciano Violante, è la smentita vivente di questa leggenda metropolitana. Tutta la sua carriera politica, quattro volte più lunga di quella giudiziaria, sembra fatta apposta per far dimenticare quella precedente. Il 6 dicembre 1994, quando i ricatti berlusconiani costringono Antonio Di Pietro a lasciare il pool Mani Pulite alla vigilia dell’interrogatorio del Cavaliere, la capogruppo dei progressisti in commissione Giustizia Anna Finocchiaro dichiara all’Ansa: «Avevo già auspicato un calo di tensione fra il pool e l’esecutivo, poiché lo scontro si era troppo personalizzato, e da istituzionale era divenuta una battaglia tra Borrelli e Berlusconi. Il leaderismo non è indice di democrazia e identificare una persona con le regole non giova a nessuno». Come se quella che si sta consumando fra il Polo e i Pool fosse una guerra per bande. L’indomani l’avvenente Annuzza rincara la dose in un’intervista al Corriere. Non contro i berluscones. Contro Di Pietro e Borrellli: «Basta con queste vergini violate, sembra che in Italia ci sia solo il pool di Milano. Non siamo più allo scontro fra poteri, ma alla radicalizzazione di un conflitto personalizzato. Berlusconi e i suoi da una parte, Borrelli e i suoi dall’altra. I giudici di Milano farebbero bene ad evitare di rincorrere sempre l’ultimo fatto e l’ultima dichiarazione, sapendo che saranno poi al centro di attacchi… Quando il paese si divide tra chi sta con Borrelli e chi sta contro Borrelli, significa che nel paese è passata l’idea che la procura di Milano sia l’unico soggetto capace di esercitare il controllo giurisdizionale. Questo è un pericolo». Né con il pool né con Berlusconi. Perfetta ortodossia dalemiana, un antipasto della Bicamerale che verrà. Figurarsi 1′entusiasmo del popolo della sinistra, che scende in piazza angosciato contro le vergogne del primo governo Berlusconi. Ma Anna Finocchiaro tira dritto, continua a vaneggiare di un non meglio precisato «protagonismo» dei suoi ex colleghi, almeno di quelli che lavorano bene. Nel ’96, quando Prodi
va al governo per la prima volta, D’Alema la impone come ministro. Lei, sempre modesta, dice di avere «tutti i titoli per essere ministro della Giustizia». Invece Prodi la manda alle Pari opportunità. Farà molto fumo e poco arrosto, con battaglie di pura demagogia come la legge sul doppio cognome. Poi nel ‘98, perduto il ministero, diverrà presidente della commissione Giustizia della Camera. Di Catania s’interessa poco o punto. Tant’è che, quando cambia il sistema elettorale da proporzionale a uninominale, non riesce più a farsi eleggere nel suo collegio: si salva regolarmente grazie al paracadute della quota proporzionale. All’ ombra dell’Etna, intanto, è esploso il secondo «caso Catania», che vede magistrati l’un contro l’altro armati per un verminaio di mafia, politica, toghe, affari e malaffari. Il nome di Anna Finocchiaro affiora in una complicata storia di ville costruite da un’impresa vicina a Cosa Nostra a San Giovanni La Punta, incantevole comune turistico ai piedi del vulcano, dove nei primi anni Settanta latitavano Luciano Liggio e Bernardo Provenzano. Dagli anni Ottanta su San Giovainni regna e governa il clan Laudani, una delle famiglie più sanguinarie della Sicilia orientale che, a furia di speculazioni selvagge. ha trasformatio quel piccolo paese agricolo in una cittadina di 25 mila abitanti. Secondo gli inquirenti, la cosca agisce tramite un suo affiliato, Carmelo Rizzo, molto attivo nell’edilizia anche grazie alle sue entrature negli uffici pubblici. Rizzo gestisce alcune società di costruzioni, intestate o a lui o ad altri (come la Di Stefano Costruzioni). I suoi rapporti col clan Laudani sono noti fin dal 1981, quando la «famiglia» lo incarica di lottizzare (abusivamente) un loro fondo. Due anni dopo Rizzo vende i terreni, divisi in 19 lotti, ad altrettanti acquirenti. E su San Giovanni incombe anche il re dei supermercati Sebastiano Scuto, sospettato anche lui di rapporti con i Laudani e oggi imputato di concorso esterno in associazione maliosa: il trait d’union fra il suo gruppo e la cosca, secondo l’accusa, sarebbe stato proprio Rizzo, ben introdotto nella buona società catanese. Un suo stretto collaboratore, un certo Cali, racconterà ai giudici che «da noi venivano magistrati e politici a comprare ville con sconti di centinaia di milioni. Uno di essi pretese l’abbattimento di un albero secolare, segnato sulle mappe, che dava fastidio perché prossimo all’ immobile da lui comprato». Le ville sono quelle costruite da Rizzo sotto il nome della Di Stefano su un terreno ceduto da un certo cavalier Vincenzo Arcidiacono. Una, bifamiliarc, l’acquista nel febbraio 1991 il pm catanese Giuseppe Gennaro, futuro membro del Csm e poi presidente dell’Anm. Un’altra la compra il cognato di Anna Finocchiaro. Rizzo, sotto processo per mafia, sentendosi ormai spacciato, lascia trapelare propositi di collaborazione con la giustizia. Ma non fa in tempo a parlare: nel 1997 viene assassinato dalla mafia, e non si può dire che sulla sua morte si indaghi in profondità. Ma della sua figura si torna a parlare al processo a carico di Scuto. Fra i testimoni c’è un ispettore di polizia che la sa lunga sui rapporti fra mafia e affari a San Giovanni La Punta, dove lui stesso risiede: si chiama Antonino Gemma ed è un militante Ds. In questa veste ha avuto modo di conoscere la Finocchiaro. E il 29 gennaio 2002 consegna alla procura generale di Catania un appunto, ricordando un episodio di qualche anno prima, legato proprio ai villini acquistati dal giudice Gennaro e dal cognato della Finocchiaro: «Era notorio a San Giovanni La Punta che Rizzo fosse il prestanome del clan Laudani. Rizzo costruiva villette lussuose da vendere a persone rispettabili. Posso dire di conoscere la situazione criminale di San Giovanni La Punta, non solo in quanto poliziotto, ma anche perché ho vissuto in quel territorio. Capitò, così, che avendo dei rapporti di conoscenza con l’onorevole Finocchiaro Anna, sentii il bisogno di informarla allorché appresi che il dottor Gennaro stava acquistando una delle villette realizzate dal Rizzo. Ciò avvenne all’inizio degli anni Novanta [la proposta della questura di Catania di sottoporre e misura di prevenzione della sorveglianza speciale Carmelo Rizzo è del 20 ottobre 1992 e nel 1993 il nome di Rizzo compare nel decreto di scioglimento per mafia del comune di San Giovanni La Punta; dieci anni dopo il comune verrà sciolto per mafia una seconda volta] dopo che io avevo ultimato il servizio di tutela al figlio Roberto del giudice [sic!]. Ricordo che l’onorevole rimase molto turbata, anche perché il cognato di quest’ultima stava acquistando o aveva acquistato la villa adiacente a quella che doveva comprare il dottor Gennaro: e nella circostanza riferì che avrebbe parlato col giudice per dissuaderlo dall’acquisto dell’immobile». Che cos’abbia poi detto la Finocchiaro a Gennaro e al cognato, non è dato sapere. Si sa invece che sia Gennaro sia il cognato della Finocchiaro acquistarono la villa costruita dal mafioso. La deputata, se tentò di dissuaderli dal loro proposito, non fu molto persuasiva. Gennaro ha sempre rivendicato la propria buona fede e querelato chiunque abbia rievocato quella vicenda. La Finocchiaro invece non ha mai detto una parola in proposito. Nemmeno sul caso Catania. Nemmeno quando i magistrati che l’hanno denunciato – il pm Niccolo Marino e il presidente del Tribunale dei minori Giovanni Battista Scidà – finiscono nel mirino dei politici e di una parte del Csm. Quando palazzo dei Marescialli propone di trasferire Scidà per incompatibilità ambientale, molti politici – da Lumia a Vendola, da Fava a Pacione – intervengono in sua difesa. La Finocchiaro no, a dispetto dell’amicizia che in passato la legava all’anziano collega. Un silenzio, il suo, che la allontana vieppiù dalla società civile più impegnata sul fronte antimafia in città. Qualcuno la ribattezza «la compagna c’arriniscìu», la compagna che ha avuto successo e dimentica le radici. Recentemente uno dei leader di Legambiente, il giurista catanese Ugo Salanitro,l’ha accusata in un dibattito antimafia organizzato da Rifondazione comunista, a proposito di un mostruoso megaparco costruito nel centro della Sicilia: il parco di Regalbuto (Enna). «E un’operazione», ha tuonato Salanitro, «che a livello economico non ha alcun senso. Eppure è stato proposto al giudizio per il finanziamento di Sviluppo Italia ed era sostenuto da due sponsor politici di rilievo: il forzista Gianfranco Miccichè e il diessino Vladimiro Crisafulli [filmato a colloquio con un boss mafioso nel 2002 e tutt'oggi indagato nello scandalo Messinambiente insieme a Cuffaro, dunque promosso senatore nel 2006]. Qualcuno vicino a Sviluppo Italia ci contattò perché li aiutassimo a non buttar soldi in quella struttura. E il progetto fu bocciato. Ma quel che non è riuscito a Miccichè alcuni anni fa, è riuscito a Crisafulli di recente. Infatti l’anno scorso il progetto è stato approvato. Il senatore Ferrante di Legambiente ha fatto battaglie contro il progetto; ma quando ha presentato interrogazioni parlamentari, chi è venuto in qualche modo a interloquire con quel senatore? Non è stato certo Crisafulli, ma è stata una persona che poteva farlo. E’ stata una donna, un’importante donna della nostra classe politica di sinistra». «La Finocchiaro!», ha indovinato qualcuno dalla platea. Cioè la capogruppo del senatore ambientalista. Salanitro ha sorriso: «In tutto questo, è chiaro che si tratta solo di politica…». Che la società civile catanese non la veda più di buon occhio lo conferma padre Salvatore Resca, anima di Cittainsieme, movimento nato una ventina d^anni fa per il riscatto della città intorno a una delle parrocchie più attive nella denuncia del malaffare: «Roma si disinteressa di Catania. Dovrebbe interessarsene sotto lo stimolo dei deputati e senatori eletti qui, non tanto uno stimolo clientelare, ma politico. Anna Finocchiaro














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