Precario: un termine che va di moda!

scritto da z3no 

In queste settimane tutti gli organi d’informazione, soprattutto quelli locali, hanno solo una parola in mente: precario/precariato. Ma chi fa informazione o chi rilascia interviste, sa realmente cosa vuol dire questo termine?
Iniziamo da una delle sue definizioni: “con il termine precariato si intende, generalmente, la condizione di quelle persone che vivono, involontariamente, in una situazione lavorativa che rileva, contemporaneamente, fattori di insicurezza”.
Quindi tutti i liberi professionisti, come gli ingegneri, i giornalisti ma anche tutti gli imprenditori, i negozianti e tanti altri, non sono “precari” in quanto svolgono un’attività o professione in maniera consapevole e volontaria, anche se fanno costantemente i conti con diversi fattori di insicurezza dettati dal mercato economico-finanziario che “giustificano” come rischio imprenditoriale o d’impresa. Mentre altre situazioni, come ad esempio i tanto nominati “Ex PiP”, possono rientrare pienamente in tale definizione, in quanto stipendiati da una pubblica amministrazione per un servizio passivo, cioè che non produce reddito.
A confondere, spesso, sono anche le miriadi possibilità contrattuali che esistono ad oggi in Italia, soprattutto per quanto riguarda i contratti chiamati “flessibili”.
Sicuramente non si prestano a tale “giochetto” quelle forme di contratto come prestazioni a titolo gratuito, bandi di gara, appalti o altri, naturalmente dove siano chiare in tutte le sue parti tutte le questioni giuridico-economiche che lo regolamentano.

Perché tutto ciò? Perché spiegare (anche se in maniera sintetica e semplice) questo argomento?
Perché ad oggi si è abusato di tale termine creando tanti e gravi danni a diversi lavoratori, in particolare ai “cenciaioli storici” oggi costituiti nella Società Cooperativa APAS Sociale Onlus.
Mi riferisco alle preoccupazioni del Consigliere Pellegrino “qualcuno nel centrodestra, parrebbe, stia già pensando a “costruirci su” una infornata di un migliaio di assunzioni, articolate in coop di quartieri, che diventerebbero di fatto una nuova massa di precari assunti, indirettamente dal Comune, in modo precario, con la solita ricattatoria speranza di essere prima o poi cooptati nell’organico comunale” (siciliainformazioni); o a quelle del consigliere Nadia Spallitta “Il mio intento – dice – rimane quello di garantire tutela e occupazione a questi lavoratori, ma non sono disposta a partecipare a strumentalizzazioni o speculazioni, né alla possibile apertura a nuove forme di precariato esteso” (nadiaspallitta.it).
Ma se la Cooperativa APAS chiede un contratto a titolo gratuito, autofinanziandosi solo dai proventi di ciò che riesce a reinserire nei cicli di filiera, dove sta il precario/precariato? Perché tutti i consiglieri, sapendo che alla collettività palermitana ed alle casse comunali non costerebbe un solo euro, portando nel contempo innumerevoli vantaggi concreti e riscontrabili, ad oggi nessuno ha mai avanzato una proposta concreta?
Perché il giornalista Gianni Agus scrive un articolo “Amia, Bellolampo è allo sfascio e ora scattano nuove assunzioni” quando in realtà si parla solo di un bando di gara per un servizio di utilità sociale, che richiede un intervento necessario ed urgente? Perché lo stesso giornalista non dice nulla sul bando di gara uscito nel sito ufficiale di AMIA S.p.A. il 19/03/2010 per “servizio di stoccaggio rifiuti urbani e speciali pericolosi e non pericolosi nel territorio della Città di Palermo” per una somma di € 190.000? Queste non le chiama assunzioni? Che differenza c’è tra i due bandi? Forse è più facile cavalcare l’onda che si sta venendo a creare , a causa dei diversi scioperi ed occupazioni, con titoli del genere piuttosto che fare un’analisi critica e costruttiva della situazione in cui verte la città di Palermo.
A fare da contorno ad affermazioni senza senso, partecipano a loro modo anche i sindacati che fingono di tutelare i lavoratori di AMIA S.p.A. e che scalpitano a sol sentire la parola “cenciaioli” ma che non dicono nulla su tutti gli altri appalti di servizi, cosa temono? Una precisazione è d’obbligo, i cenciaioli sono in città da anni, da tanti anni, quasi una generazione, ed hanno svolto per anni questa attività di recupero dei materiali differenziabili, spesso lavorando il perfetta sinergia con gli operai dell’AMIA, quindi tutte queste preoccupazioni non sono reali se non volte a creare degli allarmismi da strumentalizzare all’occorrenza.
Diverse sono le domande e poche sono le risposte, ma questo in una città che ha sempre fatto gli interessi di pochi e sempre delle stesse persone/aziende risulta quasi normale.
Qualcuno, a suo modo, ha risposto a queste domande sostenendo che in questo problema non c’è solo la Cooperativa APAS, ma molte altre e soprattutto non bisogna dimenticare gli operai dell’AMIA S.p.A. in Liquidazione.
“Alle volte è meglio stare zitti e dare l’impressione di essere stupidi, piuttosto che parlare e darne conferma”. Perché il Comune non fa dei contratti a titolo gratuito a tutte le Cooperative? Come una sorta di libero mercato. Il Comune di Palermo darebbe in questo modo la possibilità di reinserimento nel mondo lavorativo di soggetti svantaggiati e contemporaneamente sarebbe il primo passo verso il cercare di tamponare un’emergenza rifiuti ormai fuori controllo.
Forse sanno che molte Cooperative nate appositamente in questi mesi, quindi privi di professionalità nel settore alle spalle, senza sovvenzioni non sopravvivrebbero alla legge di mercato?
La cooperativa APAS chiede soltanto di poter svolgere un lavoro storico tramandato per generazioni da padre in figlio, visto che gli unici organi competenti per la gestione dei rifiuti sul territorio cittadino urbano del Comune di Palermo sono il Sindaco, con mandato al Consiglio Comunale, e la Società d’Ambito Territoriale Ottimale, Palermo Ambiente ATO 3, codesta cooperativa invita questi organi a voler stipulare un contratto a titolo gratuito per la raccolta dei materiali differenziabili o ad indire un tavolo tecnico per la risoluzione di tale problema.

Direttore Amministrativo
Giorgio Ciaccio

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