scritto da Toni Ferrara
Il modello degli “Stadi del cambiamento” è stato sviluppato dagli psicologi Carlo Di Clemente e James Proschaska nei primi anni ’80. Al centro di questo modello c’è un’idea molto semplice e banale: il cambiamento non avviene tutto in una volta, ma procede per fasi. Questo si può riscontrare praticamente in ogni tipo di cambiamento. Per esempio, se stai uscendo di casa, il movimento che stai compiendo fa riferimento allo “stadio dell’azione”, ma, prima che tu ti muova, è necessaria una fase di pianificazione: lo “stadio della preparazione”. Prima di pianificare, prendi una decisione, che viene dopo un periodo di riflessione: lo “stadio della contemplazione”. Ancora prima, però, c’è stato un momento precedente al tuo pensare di uscire: lo “stadio della precontemplazione”.
Questo modello (che è stato usato entusiasticamente nel campo delle dipendenze) fornisce un utile mappa che permette di riconoscere in quale punto del viaggio verso il cambiamento si trova una persona.
Questo modello si può adattare al modo in cui pensiamo e agiamo rispetto al picco del petrolio e al cambiamento climatico e in relazione all’adozione di stili di vita sostenibili.
Magari siamo nello “stadio dell’azione” per quanto riguarda l’utilizzo di lampadine a risparmio energetico, ma ancora nella “fase della contemplazione” per quanto riguarda l’uso dell’automobile o della raccolta differenziata, o del compostaggio domestico dei rifiuti. Su questi temi la maggior parte della gente si trova ancora in una fase di precontemplazione.
Vi sono altri due stadi: quello della “retrocessione” e del “mantenimento”. Ogni volta che avviene un cambiamento, gli effetti possono causare un arretramento, invece di un progresso. Magari inizialmente possono esserci sviluppi positivi, ma a volte, con il passare del tempo, la gente perde l’entusiasmo o si adagia sui risultati raggiunti, così la situazione retrocede a uno stadio peggiore. Ecco perchè la fase del “mantenimento” dei cambiamenti è così importante: serve a consolidare i risultati ottenuti e a progredire sul lungo periodo. Capire in quale stadio del cambiamento ci troviamo rende più facile valutare quali fattori potrebbero bloccarlo.
Un’idea comune a tutte le lotte ambientaliste è che, se la gente solo sapesse quanto è critica la situazione, cambierebbe il suo modo di vivere. Così, nelle molte campagne si concentrano sulla diffusione di un’informazione preoccupante e spesso incentrata su immagini sconvolgenti. L’aumento della preoccupazione nella gente è un punto cruciale, ma per capire tutti i limiti di un tale approccio basta guardare un pacchetto di sigarette. La scritta “il fumo uccide” non è sufficiente a scoraggiare un solo fumatore.
E’ diffusa una massiccia resistenza ad affrontare le questioni ambientali, quindi dobbiamo cominciare a essere più creativi nell’affrontare questo problema. Ci ho provato nel mio piccolo… nel video che segue..
(L’articolo è una parziale rielaborazione tratta da: Manuale Pratico della Transizione – Rob Hopkins)














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